Angelo Tartaglia, professore universitario di fisica, spiega le dinamiche e le conseguenze dell’incidente nella centrale nucleare ucraina di Chernobyl

Angelo Tartaglia è docente di Fisica al Politecnico di Torino. Lo abbiamo intervistato per capire meglio, a distanza di tre decenni, quali furono le dinamiche di quel terribile incidente di Chernobyl. E quali le responsabilità.

Cosa accadde durante l'incidente nucleare di Chernobyl
Un gigantesco guscio di metallo in costruzione sul sito dell’impianto nucleare di Chernobyl, teatro di un’esplosione nel 1986. Le città vicine furono evacuate

Professor Tartaglia, che cosa accadde precisamente la notte del 26 aprile 1986 al reattore numero 4 della centrale di Chernobyl?

L’incidente è stato in un certo senso cercato. Il personale in servizio durante la notte pensò di fare delle prove di reattività della macchina. Ma per meglio studiare il transitorio disattivò il sistema automatico di sicurezza.

Questo, se il flusso di neutroni nel nocciolo (la reazione a catena) tende ad impennarsi, rilascia le barre di controllo, senza bisogno di intervento umano, e determina lo spegnimento del reattore.

Un grave errore di valutazione

Il personale pensò stupidamente e irresponsabilmente di essere in grado di tenere sotto controllo la situazione a mano. Ed estrasse intenzionalmente le barre dal nocciolo.

La reazione a catena uscì immediatamente di controllo e liberò in pochissimo tempo una grande quantità di energia. Questo fece salire la temperatura nel nocciolo determinando la liberazione di una gran quantità di idrogeno.

Reazione a catena

Il reattore era di un tipo vecchio e piuttosto raro, moderato a grafite e refrigerato ad acqua. Le altissime temperature innescarono una serie di reazioni chimiche che provocarono una esplosione che scoperchiò l’edificio che ospitava il nocciolo.

La centrale, a differenza di quelle occidentali, non aveva un secondo contenitore in grado di reggere la pressione generata da un incidente. Si sviluppò un violento incendio e l’interno del reattore (contenente i prodotti della fissione) venne messo in diretto contatto con l’ambiente esterno dove l’incendio e i venti provvidero a portare ad alta quota il materiale radioattivo e disperderlo anche a grande distanza.

Come fu affrontato il problema dalle autorità sovietiche?

Nelle prime ore non ci si rese ben conto di che cosa stava succedendo nemmeno sul posto. Un gran numero di operai, vigili del fuoco e soldati fu esposto, senza saperlo, a livelli molto alti di radioattività che per parecchi furono poi letali.

Anche dopo essersi accorti della gravità dell’incidente le autorità sovietiche non diramarono allarmi. Non venne subito evacuata la non lontana città di Pripjat, e non informarono altri Paesi.

Furono gli svedesi, grazie alle misurazioni fatte presso una loro centrale, ad accorgersi del fatto che doveva essere successo qualcosa di grave oltre frontiera e chiesero spiegazioni ai sovietici. Fu solo dopo due giorni che questi ultimi cominciarono ad ammettere l’incidente e a fornire informazioni.

Furono prese sufficienti precauzioni?

All’inizio no e dopo fu troppo tardi.

Che pericolo ha corso l’Europa e il nostro Paese in particolare?

Il pericolo fu quello dovuto alla disseminazione dei prodotti di reazione fatta dai venti, i quali all’inizio soffiavano verso nord. Poi virarono a ovest (verso la Svezia e gli altri Paesi scandinavi), poi a sud formando una specie di grande vortice che coinvolse anche l’Europa occidentale e meridionale.

Dove alla circolazione dell’atmosfera si abbinarono delle precipitazioni, la pioggia portò al suolo i prodotti radioattivi della fissione.

Si poteva fare qualcosa di diverso allora in Italia?

Probabilmente no. La dispersione su vaste superfici non consente di circoscrivere le zone contaminate, limitandovi l’accesso. Ancor meno pensabile era una qualche forma di bonifica.

Qual è stato l’impatto ambientale allora?

Tra i numerosi e diversi prodotti di fissione, due risultavano essere più abbondanti: lo iodio-131 e il cesio-137. Il primo ha un tempo di dimezzamento (il tempo in capo al quale la radioattività si riduce alla metà di quella iniziale) di circa 8 giorni. Il secondo di 30 anni.

L’indicazione data all’inizio di lavare bene le verdure eventualmente raccolte nelle zone di ricaduta (purtroppo nei giorni più critici da noi pioveva) serviva a ridurre l’ingestione di iodio che, se assimilato, tende ad accumularsi nella tiroide e può innescare delle neoplasie.

Sul lungo periodo il problema è il cesio

Questo si depositò negli strati superficiali del terreno, da dove poteva essere assorbito e concentrato, per esempio, dai funghi. In effetti il cesio tende ad essere incorporato nel tessuto muscolare, nelle ossa, nel latte. Per cui un veicolo di accesso agli organismi umani poteva essere quello dei bovini che lo assorbivano attraverso il pascolo.

Oggi si sentono ancora gli effetti delle radiazioni di Chernobyl nelle nostre zone? Si parlava alcuni anni fa di tracce nel latte delle nostre valli…

A distanza di 30 anni dall’incidente possiamo dire che non c’è più il problema dello iodio-131, praticamente scomparso per puro e semplice decadimento naturale. Viceversa la quantità di cesio-137 radioattivo è all’incirca la metà di quella depositata allora.

Va detto però, che, a parte il decadimento, il cesio nel frattempo è stato trasportato dall’acqua più in profondità nel terreno, coinvolgendo le falde superficiali (il che non è certo una buona cosa). Ma anche disperso su di un’area più vasta.

In concreto le concentrazioni di cesio radioattivo nell’ambiente della nostra zona è oggi inferiore alla metà di quella iniziale. Strumenti particolarmente sensibili sono in grado di rivelarne la presenza, per esempio nella fauna selvatica (cinghiali).

Il disastro in Fukushima in cosa è stato diverso da quello di Chernobyl?

Nel caso di Fukushima l’incidente è stato determinato dal venir meno del sistema di refrigerazione del nucleo, determinato dallo tsunami che ha invaso i locali della centrale con valanghe di acqua salata. L’aumento della temperatura ha portato ad una serie di reazioni chimiche più o meno esplosive.

Ben tre dei sei reattori della centrale hanno subito una parziale fusione del nocciolo che ha portato ad erodere una parte del basamento concentrando sul fondo i prodotti di fissione.

Una storia diversa

I reattori di Fukushima, a differenza di quelli di Chernobyl, erano dotati di doppio contenitore che ha resistito alla pressione interna evitando una immissione diretta in atmosfera delle sostanze radioattive. Un rilascio, molto più piccolo di quello di Chernobyl, c’è comunque stato.

Ed è stato deliberato, proprio per abbassare la pressione nel contenitore esterno dei noccioli. I maggiori rilasci sono stati verso l’acqua di falda e verso il mare (anche qui in parte il rilascio è stato intenzionale).

Le conseguenze dell’incidente di Fukushima sono prevalentemente localizzate alla regione ospitante la centrale e all’isola di Honshu (la più grande del Giappone). Non facile è valutare la dispersione legata alle immissioni in mare, dove il gioco delle correnti porta a trasferire parte dell’effetto alle coste della California.

CRISTINA MENGHINI