“Everest”, del regista islandese Baltasar Kormákur, narra di una spedizione in cima alla montagna più alta del mondo. Senza sentimentalismi o finti eroismi

Tratto da una storia vera, il film Everest narra la montagna come paradigma della vita.

Belle le immagini, anche se i dialoghi e le scene più d’effetto sono state girate quasi tutte con effetti speciali negli studi cinematografici. Ma ovviamente con più riprese di eccezionali visioni nei luoghi in cui si svolgono i fatti.

La montagna com'è: perché vedere il film "Everest"

Il film è stato girato in varie location fra le quali il Nepal, ai piedi dell’Everest, le Dolomiti, gli studi di Cinecittà a Roma e i Pinewood Studios nel Regno Unito.

Centrale la questione etica: il sacrificio di sé per gli altri, anche se le immagini lasciano ampio spazio di interpretazione allo spettatore.

È vero altresì che non si può essere troppo romantici con la montagna, soprattutto se si è alpinisti e se da noi dipende la vita di altre persone.

La trama

Rob Hall, capo spedizione, se ne rende perfettamente conto. Ma si lascia convincere dal suo grande amico perché sa che lassù non potrà mai più ritornare. O adesso o mai più. Quindi, anche se in ritardo sull’ora concordata per scendere, lo riconduce lui stesso sull’agognata cima. Ma l’Everest non concede errori o sentimentalismi di alcun genere. Lassù alla quota della morte nulla è elargito senza conseguenze…

Riconoscersi in un film

Conosco per contro questo sentimento, per averlo provato personalmente su altre cime che anche se molto più modeste.

Esse hanno per noi alpinisti la stessa pericolosa infatuazione e seduzione ammaliatrice. Hanno il potere di sopraffare l’istinto di sopravvivenza che, in situazioni ordinarie, ci porta a tutelare la nostra vita.

L’attrazione per la vetta, infatti, talvolta trascina oltre il limite per quel piacere che procurano le sfide estreme e i territori inesplorati.

E in questo film quel piacere Rob non vuole negarlo a Doug, amico e cliente che ha qualcosa da dimostrare a se stesso e ai bambini della scuola frequentata dai suoi figli.

Tra suspense e vertigini

A un passo dalla vetta e in quella decisione azzardata sta il senso del “film di montagna” di Baltasar Kormákur, regista islandese, che polemizza sulla globalizzazione del viaggio snaturando esso la natura e i popoli che incontra. Kormákur, nel suo Everest tra suspense e vertigini, denuncia a modo suo le ascensioni turistiche di massa che attrezzano montagne indomabili, enfatizzano la spettacolarità delle sue attrazioni (naturali e culturali) e allargano a dismisura il campo base.

Questo film di certo congela gli aspetti eroici dell’alpinismo e smaschera la visione ludica dell’arrampicata. Un film ottimo di montagna per gli appassionati di questo genere e non solo.

LODOVICO MARCHISIO