Sono state approvate le norme sul testamento biologico, o disposizioni anticipate di trattamento. Ecco la differenza con l’eutanasia e cosa ne pensa la Chiesa cattolica

Testamento biologico ed eutanasia: la prospettiva cattolica

La cultura liberalista ha come principio fondamentale “Sulla mia vita scelgo io”. Un’autonomia assoluta dall’inizio alla fine dell’esistenza, svincolata da problemi etici. È questo il tema dibattuto mercoledì 3 maggio nei locali del seminario da don Paolo Merlo, salesiano, docente di teologia morale. Merlo ha preso spunto dalla approvazione del DDL sul Testamento biologico, votato il 20 aprile 2017 alla Camera in un’aula semideserta.

Su questo argomento c’è molta confusione, originata anche dagli interventi, spesso contraddittori, dei mezzi di comunicazione.

Confusione e disinformazione

Molta gente valuta le azioni in base a quello che accade. Una visione dall’esterno attenta alle conseguenze prodotte dalle azioni. Il rischio è di non riuscire a distinguere comportamenti simili nello svolgimento, ma completamente agli antipodi dal punto di vista morale, come l’eutanasia e la rinuncia all’accanimento terapeutico.

Se lo scopo è quello di far morire il paziente per far cessare le sue sofferenze abbiamo l’eutanasia. Se si accetta il fine vita ormai inevitabile e si abbandonano terapie futili abbiamo la rinuncia all’accanimento terapeutico.

Cos’è il testamento biologico

Il cosiddetto “testamento biologico”, ha affermato il prof. Merlo «è un documento che registra una serie di disposizioni che la persona sottoscrive nel pieno possesso delle facoltà mentali sulle terapie mediche e le cure da somministrare nel caso di una sopraggiunta infermità».

Queste volontà, nel caso in cui la persona non sia in grado di sottoscrivere alcun documento, si possono esprimere anche mediante videoregistrazione. Le DAT (Disposizioni Anticipate di Trattamento) sono vincolanti per il medico, il quale potrebbe trovarsi in difficoltà con la sua coscienza professionale, nell’eventualità che nuove cure, non ancora presenti al momento della sottoscrizione del DAT siano nel frattempo state scoperte.

Criticità

Pensare di indicare tutte le possibili condizioni di malattia in cui una persona potrebbe venire a trovarsi è un po’ velleitario. Bisogna anche considerare che alcuni pazienti hanno cambiato idea sugli interventi da effettuare.

Per superare eventuali incomprensioni o contraddizioni è stata introdotta la figura del “fiduciario”, una persona scelta dal paziente per far rispettare la sua volontà. Anche questa è una soluzione non del tutto ottimale, in quanto si è verificato che, sentiti separatamente, paziente e fiduciario hanno dato consigli diversi sulle cure e in alcune situazioni il fiduciario trovatosi in dissidio col medico ha intrapreso vie legali.

L’approvazione del DDL alla Camera ha messo in subbuglio il mondo cattolico, perché si ritiene che sia un primo passo per una legge sul suicidio assistito, per poi arrivare a una legge sull’eutanasia, come accaduto in altri paesi.

I casi di Eluana Englaro e Dj Fabo

Il caso di Eluana Englaro, la giovane vissuta in stato vegetativo per 17 anni in seguito a un incidente stradale, ha spaccato l’opinione pubblica italiana. Il padre di Eluana, che riteneva un inutile accanimento terapeutico mantenerla in vita attaccata a una macchina, l’ha trasportata a Udine (in Lombardia si erano rifiutati), dove è stata interrotta la nutrizione artificiale.

Le scoperte degli ultimi anni in campo medico hanno fatto sì che il morire possa essere prolungato anche senza effettive prospettive di ripresa. Questo, se può essere considerato un bene, inteso come difesa a oltranza della vita, in realtà è dovuto al timore di possibili responsabilità legali messe in atto dai parenti qualora non si faccia “di tutto e di più”.

Il progresso scientifico non restituisce la vita, allunga soltanto il processo del morire. Ma ci può anche essere la scelta di rifiutare questa eventualità e decidere di porre termine alla propria vita. È il caso del dj Fabo, cieco e tetraplegico a 39 anni in seguito a un grave incidente.

È stato portato in Svizzera, dove ha premuto un pulsante per morire, perché le leggi elvetiche non consentono l’eutanasia, ma solo il suicidio assistito. I casi di Eluana e Fabo sono gli esempi più conosciuti dall’opinione pubblica ma ce ne sono molti, con sfaccettature diverse, di cui i mezzi di comunicazione non parlano.

La vita è mia

Il comune denominatore è che a monte del biotestamento c’è il principio “Della mia vita decido io”. È il frutto di una cultura che mette al centro l’individuo, in base alla quale il diritto diventa più importante della morale, che viene relativizzata e confinata a un ambito privato.

Il pensiero liberale finora non era entrato nell’ambito della medicina. Ora il medico deve informare il paziente su come intende procedere ed è l’ammalato a decidere su dove, come e quando morire. Se la sua è una scelta di morte, lo stato gli deve garantire questo diritto e il medico lo deve aiutare a raggiungere questo scopo.

Un’autonomia morale assoluta, priva di ogni riferimento al Creatore in quanto, se si può decidere anche il termine, si diventa padrone in tutto della propria vita, ci si sgancia da Dio. L’unico valore è la libera scelta dell’individuo. Ma solo di quello che gode di diritti politici, mentre per gli altri la situazione è totalmente diversa. Basti pensare che il feto non ha nemmeno il più elementare dei diritti naturali, quello alla vita.

Una prospettiva cattolica

L’etica cattolica non dice “decido io quando morire”. Non consente di farsi padroni assoluti della propria vita, di suicidarsi, contrariamente al pensiero laicista, il quale afferma che «su se stesso, sulla sua mente, sul suo corpo, l’individuo è sovrano».

In base a questo principio, bisogna rispettare la scelta dello stile di vita, la volontà del singolo, la sua libertà e l’unico vincolo è il rispetto della Legge, che però tende sempre più ad accontentare in tutto. Un “fai da te” che consente anche di cambiare il proprio corpo, se si è nati maschio o femmina ma non si è soddisfatti.

La logica libertaria afferma che bisogna «morire con dignità». Ma dov’è la dignità se un malato viene lasciato morire di fame e di sete? Il buon samaritano, modello di prossimità nei confronti di chi soffre ed è ferito, oggi paradossalmente non potrebbe intervenire in caso di testamento biologico contrario.

Per un cristiano, morire con dignità ha come modello Gesù che, condannato a morte ingiustamente, sulla croce prega, perdona, dà speranza al ladrone pentito. Quasi tutte le confessioni religiose rifiutano il suicidio e l’eutanasia, ha detto a conclusione don Merlo.

GIUSEPPE CAMPANARO